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Da tre negozi al primo agriturismo della canapa: la scommessa di due imprenditori romani

NewsDa tre negozi al primo agriturismo della canapa: la scommessa di due imprenditori romani

Sequestri seguiti da dissequestri, procedimenti aperti e regole in continua modifica bloccano la pianificazione a medio termine in un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro

Sessanta giorni di negozio con la saracinesca abbassata. È quanto è costato a Fulvio Maria Riccieri e Simone D’Angelo un sequestro arrivato lo scorso dicembre 2025 su uno dei loro punti vendita romani, merce compresa, con due collaboratori finiti dentro il procedimento. E questo è solo l’ultimo capitolo di una condizione che accomuna migliaia di imprese italiane della canapa industriale e del CBD: aprire senza sapere se resterà tutto legale il giorno dopo. Un comparto enorme — secondo fonti di settore parliamo di oltre 15.000 lavoratori e più di 3.000 aziende agricole — che vive appeso a un quadro giuridico che cambia pelle di continuo.

Da una parte c’è il DDL Sicurezza, la legge 80/2025 e quell’articolo 18 che gli operatori leggono come una stretta quasi totale su infiorescenze e derivati, vendita al dettaglio ed e-commerce inclusi. Dall’altra il governo mette le mani avanti e precisa che la coltivazione e la filiera agroindustriale della Cannabis sativa L. non vengono criminalizzate, richiamandosi alla legge 242/2016. Poi c’è la magistratura amministrativa. A dicembre 2025 il Consiglio di Stato ha sospeso l’efficacia del decreto ministeriale che classificava alcune composizioni orali di CBD come medicinali stupefacenti, lasciando il contenzioso aperto e nessuno con le idee davvero chiare.

In mezzo a questa altalena di divieti e sospensioni ci sono loro, le imprese. Riccieri e D’Angelo gestiscono a Roma tre punti vendita, un servizio di consegne a domicilio attivo tutti i giorni in città, spedizioni verso il resto d’Italia e un’azienda agricola inaugurata nel 2025. Il problema non è la domanda — quella c’è, eccome. Il problema è programmare. «Negli anni abbiamo avuto dubbi su dove investire», ammette Riccieri, Ceo di Primero. «Immagina aprire negozio dopo negozio, investire dei soldi senza avere minimamente idea di cosa succede domani». Una frase che fotografa qualcosa di più grande del singolo comparto: dove manca la certezza del diritto, la pianificazione a medio termine si inceppa.

Sul decreto più recente gli operatori sono netti. Nulla di sostanziale sarebbe cambiato, ma il clamore mediatico avrebbe ingarbugliato ancora di più le acque. «In realtà non è cambiato nulla rispetto a prima, solo che ha fatto tanto clamore e non ha fatto altro che mettere un paletto in più in una situazione che era già complessa», taglia corto Riccieri. Il riferimento torna sempre lì, alla legge 242/2016 che ha disciplinato la coltivazione della canapa, e a un principio ribadito pure a Lussemburgo dalla sentenza Kanavape della Corte di Giustizia UE del 2020: il CBD come molecola non è uno stupefacente.

Ma l’incertezza non resta sulla carta. Si misura in magazzino e in cassa. Un sequestro blocca stock e liquidità per mesi, con il rischio concreto che la merce si deteriori e finisca smaltita. I due imprenditori raccontano di aver poi ottenuto il dissequestro del prodotto dalla procura di Roma, oggi archiviato, ma il tarlo resta. «Oggi che è passato il sequestro sto di nuovo col dubbio che domani tornano e magari sequestrano tutto», confida D’Angelo, socio dell’azienda. E la paura, inevitabilmente, si scarica sui dipendenti: «I nostri dipendenti ogni giorno della loro vita, andando al lavoro, rischiano la galera», rivendica Riccieri. Un collaboratore con permesso di soggiorno teme ora ripercussioni sul rinnovo proprio per via del procedimento.

La reazione delle imprese più solide ha un nome: diversificare. La filiera si è allargata dall’e-commerce all’agricoltura, dalla trasformazione alla cosmetica, dal food a base di semi ai canali benessere fino al turismo rurale, tagliando la dipendenza dalla sola vendita del fiore al dettaglio. Riccieri e D’Angelo hanno imboccato la stessa strada. Dopo aver acquisito un terreno e piantato circa 9.000 piante, hanno rilevato un casale accanto alla coltivazione per trasformarlo in un agriturismo tutto dedicato alla canapa — eventi, attività esperienziali, l’idea di far toccare con mano cosa c’è dietro. L’azienda dichiara un portafoglio di oltre 10.000 clienti, numeri che offrono un ordine di grandezza raro in un mercato di solito raccontato solo per aneddoti.

Sui controlli, poi, la richiesta è precisa: strumenti oggettivi. Le associazioni di settore — tra cui Canapa Sativa Italia — hanno acquistato test rapidi capaci di certificare all’istante il contenuto di THC di un prodotto, per distribuirli alle forze dell’ordine e uniformare le verifiche. «Noi chiediamo a gran voce solo di poter lavorare e di ottenere una norma, una regola chiara che ci consenta di fare investimenti», rilancia Riccieri.

Una domanda che, a ben vedere, taglia trasversalmente tutta l’economia italiana. La certezza delle regole è la precondizione di qualunque investimento, dalla canapa a qualsiasi altro settore. Il mercato italiano viene stimato intorno al miliardo di euro, con il Paese tra i principali produttori europei, e le prospettive dipendono da una cosa sola: stabilizzare il quadro normativo. Senza, aperture di punti vendita e contratti di fornitura restano nel cassetto. Con regole chiare, invece, un comparto fatto di agricoltura a chilometro zero, posti di lavoro sui campi e nei negozi, servizi nuovi per il territorio, potrebbe consolidare la sua crescita. «Abbiamo proprio scelto di investire in uno dei settori più complessi d’Italia», precisa Riccieri. E la scommessa, oggi, si gioca tutta sul terreno delle regole.

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