ROMA – Undici punti di vantaggio, secondo il sondaggio del New York Times e dell’Università di Siena diffuso domenica: l’aritmetica elettorale, in Michigan, non sembra aver subito scossoni per ciò che è accaduto a Detroit nelle ultime ore. La spaccatura poco pronosticabile dei Dem a poche ore dal voto di Midterm: la scelta di Haley Stevens di schierarsi con il repubblicano Mike Rogers, contro il candidato democratico al Senato Abdul El-Sayed. Una gimkana che ha un peso politico che eccede il suo valore contabile. Il New York Times ne racconta i retroscena.
Alla radice, ricostruisce il Nyt, c’è una divergenza che nessuna cerimonia di riconciliazione poteva colmare, quella sulla politica americana verso Israele. El-Sayed, che ad agosto aveva battuto Stevens di misura alle primarie, è tra le voci più critiche dello Stato ebraico nel campo democratico; se prevarrà martedì, osserva il quotidiano, entrerà a gennaio al Senato come il membro più ostile a Israele dalla fondazione del Paese. Stevens, non ebrea, aveva costruito la propria identità politica sul versante opposto, con il sostegno dell’AIPAC, che ha speso almeno trenta milioni di dollari contro El-Sayed alle primarie e ha rilanciato gli investimenti da ottobre.
Accanto alla frattura di principio ne corre una più domestica, fatta di orgogli e di omissioni. Dopo una colazione per l’unità e un abbraccio, i contatti tra i due campi si sono praticamente interrotti: la campagna di El-Sayed ha assunto alcuni collaboratori di Stevens, ma non le ha mai chiesto un parere né l’ha invitata a un evento. Lei, ancora provata dalla sconfitta, lo ha vissuto come uno scacco; lui, sicuro di sé, non intendeva concedere nulla a un’avversaria vinta. Il resoconto del Nyt, basato su oltre dodici testimoni, descrive una disputa tra due politici millennial permalosi e dotati di un ego considerevole.
Gli interventi di ricucitura non sono mancati. A metà settembre Ray Wert, marito di Mallory McMorrow, terza alle primarie, aveva proposto a Stevens un articolo a sua firma contro Rogers per una testata ebraica; lei aveva apprezzato il testo, suggerito correzioni, poi il 30 settembre aveva scritto: “Per favore, pazientate per ora”. Giovedì la deputata Debbie Dingell aveva ottenuto che James Clyburn, mentore di Stevens, invitasse entrambi in chiesa per domenica. Nessuno dei due poteva declinare: lei per stima verso Clyburn, lui per il bisogno di un’alta affluenza afroamericana.
La condizione di Stevens era che El-Sayed prendesse le distanze da uno spot di un comitato a lui favorevole, giudicato antisemita perché imputava il rincaro dei generi alimentari al sostegno americano a Israele. Venerdì, con una dichiarazione che ha riacceso lo scontro, ha chiesto anche scuse per le sue parole su Israele e il ritiro di un messaggio elettorale con Tucker Carlson; la risposta è stata che lei sembrava voler riaprire una questione chiusa tre mesi prima. Sabato El-Sayed ha condannato lo spot, ma ai giornalisti ha precisato: “Non voglio distrazioni”. Il rifiuto pubblico della sua presenza ha fatto il resto.
Sabato sera, tuttavia, Stevens rassicurava ancora gli alleati. Alle 22 Jamie Raskin le aveva domandato: “Voglio solo essere molto chiaro su questo: sosterrete l’intera lista, incluso Abdul?”. Aveva risposto di sì, e la mattina dopo Raskin ripeteva l’assicurazione a “Meet the Press”, con informazioni già superate. Svegliatasi irritata, Stevens ha telefonato a Rogers e gli ha proposto di andare in chiesa insieme, senza avvertire nessuno. “Mi sono svegliata stamattina e ho deciso di andare in chiesa”, ha detto poi, aggiungendo di essere lì con l’uomo per cui voterà. Dalla seconda panca ha annunciato il sostegno in un video: “Non ho nulla a che fare con la campagna di Abdul”. E sul marciapiede: “Abdul ha chiarito senza mezzi termini che non ero la benvenuta nella sua campagna, che non aveva bisogno di me, che non mi voleva”.
Le conseguenze sono state rapide. Il suo staff al Congresso si è dimesso in blocco, il presidente del partito statale l’ha dichiarata espulsa “ora e per sempre”, Chuck Schumer ha parlato di “un tradimento spregevole”, Clyburn si è detto deluso ma comprensivo. Un veterano del partito, Lonnie Scott, ha lamentato che la vicenda fosse diventata uno spettacolo per colpa di una sola persona. Donald Trump ha esultato sui social. Rogers, dal canto suo, si è detto onorato e ha dichiarato: “Sono contento di non dovermi candidare contro Haley Stevens oggi”.
El-Sayed ha liquidato la questione con malcelato disappunto: “Niente di tutto questo ha importanza”. Mancano poche ore, al voto.
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