Andrea Langella, Presidente della sezione Chimica e Farmaceutica a Confindustria Napoli: Raccolta al 100%, rigenerazione al 98%, ma gli impianti girano a metà, il paradosso italiano.
L’Italia è il paese europeo più virtuoso nel riciclo degli oli industriali esausti, eppure gli impianti di rigenerazione presenti sul territorio nazionale lavorano stabilmente al 50% della loro capacità produttiva. Un paradosso che racconta meglio di qualsiasi statistica le contraddizioni di un settore strategico, quello dei lubrificanti, che si trova oggi schiacciato tra un sistema di raccolta che funziona e una filiera delle materie prime sempre più instabile, condizionata da tensioni geopolitiche che nessuno, fino a pochi anni fa, avrebbe immaginato di dover fronteggiare.
Secondo i dati del CONOU, il Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati, nel 2023 l’Italia ha raggiunto il 100% di raccolta degli oli usati e il 98% di avvio alla rigenerazione, con 183.000 tonnellate trattate. Numeri che non hanno eguali in Europa, nemmeno in Germania o Francia, paesi che pure vantano sistemi industriali ben più grandi. Eppure questo primato non si traduce in un vantaggio competitivo pieno per le aziende del settore, che si trovano a operare in un contesto sempre più difficile.
Andrea Langella, imprenditore napoletano alla guida della SIRAL S.p.A.(Società Italiana Raffineria e Lubrificanti), gruppo con oltre 200 dipendenti, un fatturato superiore ai 40 milioni di euro e una produzione di oltre 20 milioni di litri l’anno, conosce bene questa contraddizione nel ruolo di Presidente della sezione Chimica e Farmaceutica a Confindustria Napoli. La sua azienda, fondata quando aveva appena vent’anni dopo che il padre fu costretto a lasciare l’attività per un grave incidente stradale, è oggi uno dei principali produttori italiani di lubrificanti, con clienti che vanno da Repsol a Eni, e distributori in 36 paesi con il marchio Siroil. ‘Noi oggi navighiamo a vista’ dice Langella. ‘Le tensioni geopolitiche hanno spostato i fornitori. Stiamo pagando in anticipo materiali che vengono da altri paesi, come l’Azerbaigian, l’Egitto, l’Uzbekistan, rischiando per far arrivare prodotti che non sono della stessa qualità che prendevamo in Europa. La catena di approvvigionamento europea fa fatica, visto il conflitto in Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia, oltre alle tensioni nel Mar Rosso’.
Le basi lubrificanti, cioè la materia prima fondamentale per produrre oli motore, idraulici, industriali, venivano tradizionalmente acquistate da grandi raffinerie europee come ExxonMobil, Eni e Sonatrach. Oggi quella filiera si è frammentata, e le aziende italiane del settore si trovano a fare i conti con fornitori alternativi, prezzi più bassi ma rischi molto più alti, e soprattutto con l’impossibilità di ricevere garanzie bancarie standard come le lettere di credito.
‘Tutti questi paesi che stanno crescendo, Turchia, Egitto, si stanno arricchendo con queste sanzioni e questi blocchi’ spiega Langella. ‘Ci portano a comprare prodotti di origine diversa, fare omologazioni di nuovo, arrivano in ritardo, arrivano a prezzi più bassi ma con il rischio di pagare tutto in anticipo. Se succede qualcosa perdi il denaro versato’.
In questo scenario, la domanda che si pone con sempre maggiore urgenza è perché l’Italia non sfrutti appieno il suo sistema di raccolta degli oli esausti per ridurre la dipendenza dalle importazioni di basi vergini. Il processo di rigenerazione dell’olio esausto, quando funziona, consente di recuperare fino al 70-80% di olio base riutilizzabile, con rese che lo rendono paragonabile al prodotto ottenuto dalla raffinazione del petrolio grezzo. Langella lo sa bene: la sua azienda ha gestito per anni un impianto di rigenerazione, poi venduto oltre dieci anni fa a un gruppo russo, che trasformava l’olio esausto in basi lubrificanti, gasolio leggero e fondi bituminosi per asfalti.
Gli impianti di rigenerazione italiani, tre in tutto il paese, hanno una capacità doppia rispetto alla quantità di olio esausto che oggi viene loro conferita. Lavorano al 50% con gli stessi costi fissi del 100%. Una inefficienza strutturale che potrebbe essere risolta in due modi: aumentando la raccolta interna, intercettando quella quota di olio esausto che ancora sfugge al sistema, oppure importando olio esausto da paesi terzi, in particolare dal Nord Africa, dove Algeria, Libia ed Egitto dispongono di grandi quantità di prodotto che attualmente viene smaltito in modo non controllato. ‘In Libia ce n’è tanto, lo buttano. In Algeria ce n’è tanto’ dice Langella, sottolineando però che la normativa europea sui rifiuti rende estremamente complessa la movimentazione transfrontaliera di questi materiali, con ogni regione che applica regole diverse e la classificazione come rifiuto che blocca di fatto qualsiasi flusso commerciale organizzato.
La soluzione, secondo Langella, sarebbe trattare l’olio esausto importato non come rifiuto ma come materia prima seconda, una distinzione giuridica che in alcuni contesti è già applicabile ma che richiederebbe un intervento normativo chiaro e coordinato a livello europeo. ‘Incentivate questa parte e trovate soluzioni con i fornitori, diverrebbe una normalità in Europa’ è l’appello che l’imprenditore rivolge alle istituzioni.
Il tema si inserisce in un quadro più ampio di economia circolare che l’Italia sta cercando di costruire con risultati concreti. Tra il 2019 e il 2024, il tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani nel paese è aumentato di 4,5 punti percentuali, secondo il Rapporto sull’Economia Circolare 2026 presentato a Ecomondo. Il settore degli oli lubrificanti rappresenta in questo contesto un caso di eccellenza già consolidata, ma anche un banco di prova per capire se l’Italia è in grado di trasformare la sua leadership ambientale in un vantaggio industriale reale.
La SIRAL S.p.A. di Langella è un esempio di come si possa costruire un’impresa manifatturiera competitiva in un settore ad alta intensità regolatoria. L’azienda opera in regime di deposito fiscale, una delle poche autorizzazioni di questo tipo presenti in Italia, il che da un lato costituisce una barriera all’ingresso per i competitor stranieri, dall’altro impone oneri burocratici e fiscali significativi.
Nonostante queste difficoltà, il gruppo ha continuato a crescere, reinvestendo secondo Langella l’80% degli utili in innovazione, tecnologia e infrastrutture produttive per oltre dieci anni. Il fatturato è oggi diviso quasi equamente tra mercato italiano, al 45%, e mercato estero, al 55%, con presenza in 36 paesi attraverso il marchio Siroil. Le fiere di riferimento sono Automechanika Francoforte, Shanghai e Dubai, i tre appuntamenti globali del settore automotive aftermarket.
Il gruppo comprende oggi sei società: SIRAL per i lubrificanti, IFA per i filtri aria olio e gasolio, Lufra per materassi e cuscini memory foam distribuiti nelle grandi catene della distribuzione organizzata, e Sirdet per la detergenza domestica con il marchio Delizia. Una diversificazione che segue una logica precisa: tutti i settori convergono sul canale della grande distribuzione non food, dove lo stesso buyer può gestire lubrificanti, filtri, prodotti per la casa e per la cura della persona. Una visione industriale che guarda alla filiera nel suo complesso, non al singolo prodotto.
Le prospettive del mercato dei lubrificanti nei prossimi anni sono segnate da due grandi variabili. La prima è la transizione energetica: l’elettrificazione del parco auto ridurrà progressivamente la domanda di oli motore per autotrazione, ma aprirà nuovi mercati per lubrificanti specializzati destinati ai sistemi di trasmissione dei veicoli elettrici, ai fluidi per il raffreddamento delle batterie e agli oli per trasformatori elettrici, un segmento nel quale SIRAL è già presente. La seconda variabile è geopolitica: la frammentazione delle catene di approvvigionamento globali rende sempre strategica la capacità di produrre localmente, utilizzando materie prime seconde come gli oli esausti rigenerati. L’Italia ha già il sistema per farlo.
