ROMA – L’export russo di cereali verso la Cina ha raggiunto un livello record: dall’inizio del 2026 le consegne hanno toccato quota sei milioni di tonnellate, superando già il volume complessivo dell’intero 2025. A riferirlo è Rosselkhoznadzor, il servizio federale di Mosca per la sorveglianza veterinaria e fitosanitaria. Le consegne comprendono anche Hong Kong e riguardano soprattutto orzo, grano, soia, farina di grano e legumi. La crescita degli scambi agricoli alimenta un rapporto economico tra Mosca e Pechino che si è fatto più stretto anche in conseguenza delle sanzioni europee e americane seguite all’avvio nel 2022 dell'”operazione militare speciale” ordinata dal Cremlino in Ucraina. Sono in apparenza dimenticate oggi le diffidenze storiche tra la Russia e la Cina, sfociate in tempi sovietici anche in un conflitto armato di frontiera, lungo il corso del fiume Ussuri. Il settore energetico è adesso uno dei pilastri del legame rafforzato: la Cina è diventata sbocco di riferimento per il petrolio e gli altri combustibili fossili russi, contribuendo a compensare la riduzione delle vendite di Mosca in Europa.
LA CINA HA ASSORBITO CIRCA META’ DELLE ESPORTAZIONI RUSSE
Secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), un istituto specializzato che ha sede a Helsinki, tra dicembre 2022 e la fine di settembre 2026 la Cina ha assorbito circa la metà delle esportazioni russe di greggio e il 36% di quelle di carbone. Nel solo settembre, inoltre, Pechino ha rappresentato il 55% delle entrate di Mosca derivanti dall’export di combustibili fossili verso i cinque principali Paesi acquirenti, per un valore di 9,1 miliardi di euro. Il ruolo cinese non si limita comunque al petrolio: comprende anche gas trasportato nei condotti, gas naturale liquefatto, carbone e altri derivati dagli idrocarburi.Il riferimento ufficiale è l’Amministrazione generale delle dogane cinesi (Gacc). Secondo le sue stime, nei primi nove mesi del 2026 le importazioni di petrolio russo hanno raggiunto 87,58 milioni di tonnellate, in aumento del 18,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nello stesso arco temporale, gli acquisti cinesi di gas naturale liquefatto sono cresciuti del 44,3%, a 7,19 milioni di tonnellate. Le dinamiche mostrano quanto il rapporto pesi anche sugli altri acquirenti asiatici.
Secondo l’agenzia di stampa Reuters, nelle ultime settimane gli acquirenti cinesi hanno prenotato in anticipo carichi di greggio russo per ottobre e novembre, offrendo prezzi più alti e restringendo la disponibilità per le raffinerie indiane. Le consegne di petrolio russo all’India erano previste in calo a circa 1,8 milioni di barili al giorno a settembre, il 14% in meno rispetto al mese precedente. Alcune raffinerie del subcontinente sono così state spinte a puntare su forniture più costose, dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Il ri-orientamento degli scambi russi verso l’Asia è una delle conseguenze delle sanzioni occidentali. Per Mosca, la Cina offre un mercato in grado di assorbire grandi quantità di energia. Per Pechino, le forniture russe rappresentano una fonte di energia chiave per sostenere la crescita economica. Ma la relazione non è priva di asimmetrie: Mosca ha bisogno di sbocchi e filiere alternative, mentre la Cina può contare su una rete più ampia di alleati commerciali. Mosca intravede alcuni rischi. Una riduzione degli acquisti da parte di altri grandi clienti, come l’India, con una domanda cinese sempre elevata, potrebbe rendere la Russia ancora più dipendente da Pechino e ridurre i suoi margini di scelta. Un’eventualità, questa, verosimilmente sgradita sia agli Stati Uniti sia ad altri Paesi promotori delle sanzioni contro Mosca. L’export energetico della Russia, a ogni modo, corre su più direttrici. Secondo il Crea, l’Unione europea continua ad acquistare una quota significativa del gas naturale liquefatto russo, mentre la Turchia resta una destinazione rilevante per i prodotti petroliferi e il metano trasportato via gasdotto.
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